Altri/IO si mancano 24

Il 24esimo IO a moltiplicarsi/dividersi  è Bruno Gulli: poeta, scrittore e filosofo, che per l’occasione (mancata) ha scritto una riflessione sulla crisi d’identità contemporanea.

Grazie Bruno.

 

Riflessioni sulla crisi della identità contemporanea
Nel secondo capitolo de L’uomo e lo stato, del 1951, il filosofo Jacques Maritain offre una delle critiche più devastanti del concetto di sovranità. Si tratta di un concetto che, secondo Maritain, ha senso nella sfera teologica, ma non in quella politica. Da quest’ultima, il concetto di sovranità va eliminato non perché obsoleto, ma perché errato. La sovranità infatti indica una separazione di carattere ontologico che non può e non deve sussistere nella sfera politica. Il sovrano, separato dai soggetti che governa, è essenzialmente un falso. Il potere assoluto che lo caratterizza è il risultato dell’applicazione di un concetto teologico alla sfera della politica – un concetto che di fatto non le appartiene. Questo falso –o questo artificio per Hobbes— acquista una certa veridicità solo per mezzo della violenza. Ė infatti sulla violenza che si erige la sovranità; è ancora sulla violenza che si fonda la legge come comando, la legge sovrana. La sovranità non è dunque altro che una maschera per l’assolutismo, per il potere assoluto. Ma questo potere è sempre prepotenza e prevaricazione: non può veramente essere giustificato dal falso concetto della sovranità, ed è dunque illegittimo. Come tale, va radiato dalla sfera politica. Perfino il mito della sovranità popolare va ripensato e quindi eliminato. Per Maritain, si ha qui una vera e propria contraddizione: il popolo sovrano è il popolo separato da se stesso che governa se stesso. Il popolo-nazione, con la sua peculiare identità, che esclude ogni altra identità, ha potere assoluto su se stesso. Implicita è una critica dei sistemi di governo del mondo moderno e contemporaneo che si dicono democratici, ma che regolarmente vedono il formarsi di una classe politica separata da quel ‘popolo’ che dicono di rappresentare e su cui fanno pesare un potere assoluto che hanno di fatto usurpato. Questo potere assoluto e sovrano è –ripeto— un falso, privo di ogni legittimità se non quella molto dubbia fornitagli da una legge la cui sostanza non è che violenza – quella violenza che per Hobbes si trovava nello stato di natura e che adesso, istituzionalizzata nella forma stato, è protetta e difesa da burocrazia, esercito e polizia.

Come quello di sovranità, a cui è legato, il concetto di identità va ripensato ed eliminato dalla sfera politica e sociale. Proprio come il concetto di sovranità, esso va eliminato perché è errato. In altre parole, non esiste identità da questo punto di vista. Il concetto di identità ha valore logico e ontologico, nel senso che ogni cosa è identica a se stessa – seppure anche in questo senso ci sono delle difficoltà, visto che, secondo la logica dialettica, ogni cosa va considerata come identica e non-identica a se stessa. Ma sul piano politico e sociale, l’identità non ha senso alcuno. Ciò che viene preso per identità è il processo di identificazione di un individuo con un gruppo o una categoria. La carta d’identità (il passaporto, etc.), che prova che io sono proprio questo individuo, questa persona, è un esempio chiaro di come quando si parla d’identità, si parla in effetti di qualcosa d’altro. Questo documento non può essere la mia identità, né può esserne la prova, cioè la dimostrazione che io sono identico a me stesso. Prima di tutto c’è il fatto che io interamente non lo sono, poiché, interamente, a me stesso sono identico e non-identico, e questo è vero da un punto di vista dialettico ed ontologico-esistenziale. Pur essendo questo individuo, e non un altro, la mia ecceità (cioè, il mio proprio esser questo) racchiude, nella sua determinatezza, l’indeterminatezza propria dell’essere, semplice e comune. Per esempio, per quanto riguarda la sfera del potenziale e del possibile (ciò che io posso fare ed essere), la finitudine che mi è propria si apre ogni volta alla sua negazione, e così facendo si infinitizza, fuori della sua compiutezza, nell’ancora-da-compiersi. Tutto questo non può stare dentro un passaporto o altri simili documenti, né può essere racchiuso in una di quelle categorie di identità politica e sociale, come la nazione, l’etnia, la religione, e via dicendo. Così quando io mi identifico, o sono costretto a identificarmi, o vengo identificato, come questo individuo, io mi separo, o vengo separato, da me stesso.

Il termine ‘crisi’, nel suo senso etimologico, vuol dire proprio ‘separazione’. Se il processo che porta all’identità è un processo di separazione, dunque di crisi, forse più che parlare di crisi dell’identità sarebbe opportuno riconoscere che l’identità stessa è un concetto di crisi. Quindi non è che l’identità, come la sovranità, sia in crisi; piuttosto, esse sono entrambe il prodotto di un processo di crisi. Ciò non toglie che da un punto di vista ontologico ed esistenziale l’identità, come integrità di ogni essere, mantenga una forte validità. Ciò vuol dire che ogni essere, umano e non-umano, è insostituibile e va rispettato in modo assoluto. Per restare entro i confini della condizione umana, ciò vuol dire che la vita non acquista dignità e valore perché legata a qualsivoglia situazione politica e sociale, come per esempio la nazione. Piuttosto, ogni essere umano, ed è qui che si fonda la nozione (purtroppo abusata) dei diritti umani, ha una sua propria insostituibile dignità. Io la chiamo dignità dell’individuazione, per sottolineare il fatto che la semplice esistenza, il semplice essere individuato in questo modo, come questo esistente, è la condizione sufficiente della dignità e del valore della vita di un individuo, ed è su questo che devono fondarsi il rispetto e la cura. La dignità non è maggiore o minore a seconda dello stato economico, sociale, religioso, o politico di un individuo. E se di identità si vuole parlare, lo si può fare solo in questo senso, cioè nel senso che l’esistente è solo identico a se stesso, sebbene si tratti di un’identità che, come si è visto, sempre include la differenza. Così, d’altra parte, vuole Eraclito, per il quale entriamo e non entriamo nello stesso fiume, siamo e non siamo.

Così la storia dell’identità, il formarsi delle varie identità politiche e sociali, è uguale alla storia della sovranità, che ha luogo attraverso la violenza. Ciò significa che se la costruzione di una nazione sovrana implica sempre l’assoggettamento e l’annientamento di altre singolarità, la costruzione dell’identità implica l’annichilimento della differenza, o delle differenze. Il diverso è il nemico, contro cui si erge tutta una politica priva di ogni fondamento etico. Il diverso viene percepito come un pericolo, una minaccia: il nemico, appunto, che va distrutto. La questione ovviamente è quella della cosiddetta sicurezza. Tuttavia, non si tratta di sicurezza nel senso di poter vivere con pace e tranquillità la propria vita quotidiana, godere dei piaceri che vengono dal fatto di amare, avere amici, tempo libero per la creatività, per l’alba e il tramonto. Infatti, questo tipo di sicurezza si fonda sulla cura, sull’essersi già presi cura di ciò che va fatto, sul lavoro come cura. E sicurezza è proprio sine cura, non nel senso del disinteresse, quanto piuttosto in quello che, ripeto, indica il fatto che ci si è già presi cura di ciò che va curato; ci si può dunque riposare soddisfatti, godersi il sole, la buona vita, e la felicità. Al contrario, la sicurezza che si fonda sulla nozione che c’è un nemico, che Gog e Magog sono sempre alle porte, in altre parole, la ‘sicurezza nazionale’, apre la porta alla guerra permanente e totale, alla logica primitiva e manichea di un noi e un loro, di un bene e un male, che va estirpato. Al nemico appartengono i tratti del male, dell’inferiorità e della ferocia. Il nemico, l’altro, è disumano. Ė su queste basi ideologiche che si è svolta tutta la storia della conquista dalla cosiddetta età delle scoperte geografiche fino ai nostri giorni. Una storia che equivale a quella della sovranità e del capitale. Su queste basi è avvenuto il genocidio dei popoli indigeni delle Americhe, più liberi e felici della loro controparte europea. Su queste basi, ancora, per fare solo uno dei tanti esempi della sistemica e terrificante violenza dei nostri tempi, rimane aperto il campo di Guantanamo, dove i ragazzi e gli uomini strappati alle loro vite nelle montagne del Pakistan e dell’Afghanistan languiscono da più di dieci anni, privati di ogni diritto, che sia politico, legale o umano. Designati come ‘nemici combattenti’ e privati perfino dello stato di prigionieri di guerra, a loro dovuto, si trovano ad avere nuovamente violata la loro dignità quando, avendo scelto lo sciopero della fame come ultima e unica forma di resistenza possibile, vengono sottoposti a quella forma di tortura che è l’alimentazione forzata. Tutto questo, secondo le retoriche del potere, serve per combattere il terrorismo. In realtà, questo potere imperiale e sovrano si costituisce come sistema e strumento di terrore globale, che annienta la vita – un sistema che si nutre di terrore e genera terrore. Nella logica dell’amico e del nemico si formano le varie dubbie alleanze, si celebrano le sovranità e le identità vincenti – il mito dell’occidente libero e giusto, a scapito della fragilità della vita e dell’essere.

Questo tipo di logica, che si fonda sul pensiero del nemico, non porta alla formazione di una coscienza etico-politica, ma piuttosto ad identità politiche asfissianti ed ossificate, come la nazione, lo stato, la religione, e così via. Una volta che gli individui si identificano con queste categorie, le distorsioni ideologiche fanno il resto, giustificando ai loro occhi le azioni e situazioni più violente, al solo scopo di difendere non gli individui nella loro vita reale, ma le categorie stesse. In realtà, dietro la maschera ideologica del rapporto amico-nemico, c’è la lotta tra oppressori ed oppressi, la lotta di classe. La volontà degli oppressori di mantenere e incrementare la loro oppressione; la resistenza degli oppressi intenti a creare le condizioni per una vita libera e dignitosa – questi sono gli elementi di ciò che poi appare come una divisione tra amico e nemico. In genere, la gente di una nazione in guerra con un’altra non ha nessun interesse al conflitto e non sa neppure esattamente perché si combatte. Ė solo attraverso il potere di ideologie come il patriottismo che si produce la distinzione tra l’amico (noi) e il nemico (loro). Ma perlopiù tutti sanno che questa distinzione è falsa, che il nemico è completamente sconosciuto, e che chi viene detto amico include il loro più brutale oppressore: l’esercito di ‘liberazione’ di turno, la polizia, lo stato, etc. Senza le ideologie dell’identità, in particolare il nazionalismo e il patriottismo (ma anche l’identità etnica e religiosa), la lotta sarebbe determinata solo dalle condizioni materiali della vita; essa sarebbe solo una lotta degli oppressi contro gli oppressori per l’eliminazione del sistema di oppressione stesso e la costruzione di un mondo che sia politicamente funzionale ed eticamente giusto; e in realtà, per dirla con gli zapatisti, un mondo che contiene molti mondi. La determinazione degli oppressori per il mantenimento del loro potere è forse l’elemento più importante nella formazione di queste ideologie di identità. Esse mancano di universalità e riflettono solo l’interesse particolare di un gruppo, una casta, una classe. In questo senso, sono patologiche e vanno eliminate, perché possa crescere la diversità dell’essere e il giusto rispetto della differenza individuante nella dignità e nella cura.

Bruno Gulli

Bruno Gulli

Il sito di Bruno Gulli >> http://www.brunogulli.com/

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